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20 ottobre 2014
Roberto Scarpinato: "Basta con la corruzione!"
Ieri sera, il Procuratore Generale di Palermo era a Parigi, invitato d'onore di una serata organizzata da Mediapart (un po' l'equivalente francese del Fatto quotidiano), intitolata "Corruption, ça suffit!". Ho già proceduto alla trascrizione del suo discorso in francese, ma non sarebbe stato completo senza trascrivere anche l'originale in italiano. Lascio la parola a Roberto Scarpinato:

Sono felice di essere qui questa sera con voi, e di avere la possibilità di partecipare ad una grande manifestazione popolare per la difesa della democrazia e della legalità repubblicana contro il cancro della corruzione.

Da circa 25 anni mi occupo di processi e di indagini contro la corruzione, la mafia, i delitti politici e le stragi. Questa esperienza professionale si è trasformata per me in un vero e proprio percorso di guerra. Nel corso di questi anni ho visto morire molti amici e compagni di lavoro. Gli ultimi a morire sono stati i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che sono stati dilaniati da tonnellata di tritolo nel maggio e nel luglio del 1992. In qualche modo mi considero un superstite. La mia esperienza professionale mi ha tolto molto, e nello stesso tempo mi ha dato molto. Mi ha tolto l’innocenza culturale, e cioè la possibilità di guardare la vita e l’umanità con uno sguardo semplice. Ma in cambio, mi ha dato la consapevolezza del reale funzionamento della macchina del potere, e delle sue segrete degenerazioni, che possono condizionare la vita di un intero popolo lasciato nella inconsapevolezza. Quando ero un giovane magistrato all’inizio della carriera, credevo ch’esistesse una precisa linea di confine tra il mondo dei criminali e il mondo delle persone oneste. Ma anno dopo anno, mi sono dovuto rendere conto che i due mondi comunicano mediante mille vie segrete che attraversano il terreno della politica e dell’economia. Infatti, seguendo le orme degli assassini che si erano sporcati le mani di sangue, e inseguendo le tracce dei capitali sporchi della corruzione e della mafia, riciclati in tutto il mondo, mi sono ritrovato a processare insospettabili uomini al vertice delle istituzioni, della politica e della grande finanza.

Per ragioni di tempo, mi limito, a titolo di esempio, a ricordare alcuni dei casi dei quali mi sono occupato. Come è stato ricordato, ho processato il senatore Giulio Andreotti, il quale è stato 7 volte Presidente del Consiglio, 22 volte Ministro, ed è stato riconosciuto complice della mafia sino al 1980. Nell’aprile di quest’anno, ho catturato in Libano dov’era fuggito il senatore Marcello Dell’Utri, fondatore del partito di Forza Italia e braccio destro dell’ex-Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che è stato condannato alla pena definitiva di 7 anni di reclusione. Mi sono occupato delle indagini che hanno portato alla condanna a 7 anni di carcere del Presidente della Regione Sicilia, Salvatore Cuffaro. Ho ottenuto la cattura di uno dei capi dei servizi segreti italiani, Bruno Contrada, poi condannato a dieci anni di reclusione, e ancora la condanna di uno dei capi della polizia, Ignazio D’Antone. Mi sono occupato di indagini su arcivescovi della Chiesa cattolica, alti ecclesiastici accusati di avere messo a disposizione la banca del Vaticano per riciclare i soldi della corruzione e della mafia. Potrei continuare con un elenco di centinaia di altri uomini a capo di importanti multinazionali, di banche di affari e di imperi economici in Italia e all’estero. Ma è un elenco troppo lungo che durerebbe un’ora circa.

I processi penali celebrati nel corso di questi ultimi 20 anni in Italia dalla magistratura a carico di uomini al vertice delle istituzioni, della politica e dell’economia, accusati di corruzione e di complicità con la mafia, hanno portato alla luce una grave patologia del potere pubblico che può uccidere la democrazia. I processi penali infatti hanno svolto un ruolo di un rito di smascheramento pubblico del reale funzionamento della macchina del potere. I processi penali hanno rivelato le menzogne e i segreti grazie ai quali ristretti gruppi di uomini potenti hanno abusato della fiducia e della inconsapevolezza del popolo. E hanno rivelato che questi uomini hanno in sostanza tentato di trasformare la democrazia in una oligarchia, che concentra il bastone del comando e le ricchezze della nazione nelle mani di pochi ai danni di tanti.

Anche per questo motivo, il mondo politico italiano ha spesso accusato la magistratura di volere processare non singoli imputati, ma l’intera storia italiana. In realtà, è la storia che nel suo compirsi, anche attraverso la corruzione e i delitti, è entrata nei processi penali. E ciò è avvenuto aldilà delle intenzioni dei magistrati, i quali si sono limitati a compiere indagini su casi singoli, e si sono sistematicamente ritrovati all’interno dei labirinti del potere. A proposito della necessità del potere anti-democratico di operare nel segreto e nella menzogna, consentitemi di ricordare una frase che il Cardinale Mazzarino, consigliere politico di Luigi XIV, era solito ripetere al Re: “Maestà, il trono si conquista con le spade e con i canoni, ma si conserva con i dogmi e le superstizioni”. Cioè, per essere più chiari, aggiungo io, praticando l’arte della menzogna e del segreto. Se i segreti del potere sono i strumenti della corruzione ed il veleno della democrazia, i principali anticorpi per salvare la democrazia da questo veleno sono una magistratura indipendente dal potere politico ed una stampa libera e democratica.

In questo senso, l’Italia è il Paese degli estremi e degli opposti. Da un lato, abbiamo una delle corruzioni più gravi d’Europa e siamo stati la patria delle mafie, ma per altro lato, è anche vero che abbiamo un record della magistratura e delle forze di polizia più forti in Europa nel contrasto alla corruzione e alla mafia. Possiamo anche contare su una stampa, che in parte resta libera e indipendente, e che stimola la coscienza popolare e la vigilanza democratica sulle degenerazioni del potere. Possiamo dire che l’Italia è uno dei laboratori mondiali più interessanti e vivaci della lotta tra la legalità democratica e l’illegalità del potere nelle sue varie forme. Si tratta di una lotta senza quartieri e cruente, che ha lasciato sul campo centinaia di vittime. Sono stati assassinati magistrati, esponenti delle forze di polizia, uomini politici onesti, testimoni di giustizia, e anche giornalisti che hanno pagato con la vita il coraggio di rendere pubblici i segreti del potere. Alla lunga lista dei caduti sul campo, occorre aggiungere coloro che sono rimasti vivi, ma hanno pagato un prezzo altissimo perché hanno visto le loro carriere troncate e sono stati emarginati.

Dal mio punto di vista, uno dei principali punti di forza dell’Italia nel contrasto alla corruzione ed altre forme d’illegalità del potere rispetto ad altri paesi europei è costituito dalla Costituzione antifascista del 1948. Questa Costituzione garantisce l’indipendenza e l’autonomia della magistratura dal potere politico, e attribuisce alla magistratura il potere di disporre direttamente della polizia per le sue indagini. A differenza di tutti gli altri paesi europei, l’indipendenza dal potere politico è garantita non solo ai giudici, ma anche ai pubblici ministeri. Si tratta di un punto essenziale. Infatti, chi decide quali indagini iniziare e condurre è solo il pubblico ministero. Se il potere politico ha la possibilità di influenzare l’azione del pubblico ministero, è in grado di condizionare in realtà, indirettamente, tutta l’amministrazione della giustizia. Infatti i giudici si occupano soltanto dei casi selezionati dai pubblici ministeri. Proprio grazie a questa garanzia d’indipendenza assicurata dalla Costituzione del 1948, la magistratura ha avuto la possibilità di processare migliaia di esponenti del mondo politico e del mondo economico accusati di corruzione e di complicità con la mafia.

Di fronte a questa attività della magistratura si è sviluppata una violente reazione di larghi settori della classe dirigente nazionale, e si è creato un conflitto tra magistratura e politica che dura ininterrottamente sino ai nostri giorni. L’offensiva contro la magistratura di larghi settori del mondo politico è stata condotta contemporaneamente su tre fronti.

Il primo fronte è stato quello della comunicazione mediatica. Tanti esponenti del mondo politico, tra i quali anche l’ex-Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi, hanno sistematicamente accusato i magistrati che indagano su corruzione e sulla mafia di essere magistrati politicizzati che abusano del loro potere per fini di lotta politica. Vi fornisco ora un breve elenco delle espressioni di disprezzo utilizzate da tanti esponenti del mondo politico sui media in questi anni per definire i magistrati italiani. Ecco l’elenco: “assassini, terroristi, farabutti, brigatisti, faziosi, sadici, torturatori, perversi da manuale, venduti, menti distorte, folli, predicatori di mostruosità, bugiardi, fraudatori processuali, criminali vestiti da giudici, macigni sulla strada della democrazia, omuncoli bisognosi di una perizia psichiatrica, e via elencando”…

Il secondo fronte su cui si è svolta l’offensiva di parte del ceto politico contro la magistratura è stato la proposta di una serie di riforme legislative per sottoporre il pubblico ministero al controllo del Governo. Fra le tante proposte di legge avanzate in questi anni, vi è stata per esempio quella del togliere al pubblico ministero la possibilità di iniziare autonomamente le indagini penali: con una nuova legge, si voleva riservare il potere di iniziare le indagini esclusivamente alle forze di polizia, che dipendono dal potere governativo, e in particolare dal Ministro degli Interni e dal Ministro della Difesa. Sino ad oggi questi progetti di riforma non hanno avuto successo, grazie alla resistenza opposta da alcune forze parlamentari e alla mobilitazione di migliaia e migliaia di cittadini comuni che, sollecitati dalla stampa libera, sono scesi diverse volte in piazza per difendere l’indipendenza della magistratura. Grazie all’azione congiunta della magistratura, che applica una legge uguale per tutti, della stampa indipendente e della vigilanza popolare, è stato sino ad oggi possibile in Italia costruire una linea Maginot per la difesa della democrazia e dello stato repubblicano contro il dilagare della corruzione e del potere mafioso.

Il terzo fronte su cui si è sviluppata l’azione di parte del ceto politico per garantire una sostanziale impunità ai suoi esponenti dinanzi alle indagini e alle condanne della magistratura, è stato quello delle modifiche del codice penale, del codice di procedura penale, della amnistia e degli indulti. Dal 1990 in poi sono state approvate una serie di leggi, che in tanti modi che sarebbe comunque complicato spiegare, hanno evitato la galera a tanti politici corrotti. Nel 2012 è stata approvata una nuova legge che ha ridotto da 12 a 8 anni la pena per il reato di concussione, che si verifica quando il politico o il pubblico impiegato chiede il pagamento di una tangente. La stessa legge ha previsto che il cittadino che denuncia il politico o il funzionario corrotto al quale ha pagato una tangente, invece di essere premiato, deve essere punito con una pena sino a tre anni. Una legge nuova, che invece di alimentare la cultura della legalità, incoraggiando i cittadini a denunciare i corrotti, alimenta la cultura dell’omertà, incoraggiando il silenzio e la rassegnazione. E ancora sono stati introdotti nell’ordinamento italiano una serie di benefici di legge, in base ai quali i corrotti condannati sino alla pena di quattro anni di galera, possono evitare il carcere ed essere affidati agli assistenti sociali per una loro rieducazione alla legalità. In questi anni, così si è assistito alla scena d’importanti parlamentari, condannati per corruzione, che la mattina fanno i legislatori ed i padri della patria, in Parlamento, e nel pomeriggio si recono da imbarazzati assistenti sociali che dovrebbero rieducarli alla legalità.

Nonostante tutto ciò, la battaglia nazionale contro la corruzione è ancora in pieno svolgimento. Sono centinaia i politici ed i funzionari pubblici che ogni anno vengono arrestati, tra i quali ex ministri e parlamentari. Alcuni di loro sono stati costretti ad abbandonare la vita politica, ed attualmente sono in galera. Grazie alle speciali leggi italiane sulla confisca dei patrimoni dei corrotti e dei mafiosi, lo stato italiano ha confiscato decine di miliardi di euro che sono stati restituiti alla collettività. Proprio grazie a queste leggi speciali, che mi auguro possono essere introdotte anche in Francia, ho personalmente sequestrato, dal 2006 al 2010, 3,5 miliardi di euro. Ciò è avvenuto anche grazie alla collaborazione della Banca d’Italia, che ha costituito al suo interno uno speciale ufficio per aiutare la magistratura nelle indagini sul riciclaggio del denaro sporco.

Come si vede, in Italia è dunque in corso una grande battaglia, tra il Paese legale, e quello illegale. Si tratta di una battaglia totale, la cui posta in gioco è il futuro stesso della democrazia e della nazione. La Corte dei conti, l’organo di giustizia contabile italiana, ha calcolato infatti che la corruzione provoca ogni anno un danno alle casse dello Stato italiano di 60 miliardi di euro, una cifra enorme. La corruzione sta contribuendo a distruggere in Italia lo stato sociale, a impoverire la popolazione e a accelerare il declino della nazione. A causa dei vincoli di bilancio imposti dall’Unione europea, non è più possibile, infatti, sostenere i costi della corruzione aumentando il debito pubblico così come avveniva nella prima Repubblica. Così, oggi, il costo della corruzione viene pagato dirottando i fondi statali della spesa per i servizi sociali. In altri termini, i 60 miliardi di euro che servono per sostenere ogni anno il costo della corruzione, sono sottratti alle spese sociali per la sanità, per la scuola, per i trasporti pubblici, per l’assistenza agli anziani, per gli asili nido, e via elencando. Dopo aver esaurito il grasso della spesa pubblica, la corruzione, così, ha attaccato il tessuto connettivo della nazione, cioè la rete di solidarietà collettiva garantita dai servizi assistiti dallo stato sociale. La decomposizione progressivo dello stato sociale e di diritto, che impoverisce le masse popolari, si rivela uno straordinario affare, sia per la vecchia razza dei predatori della corruzione nazionale, sia per una nuova temibile razza di predatori, cioè i vertici del grande capitalismo finanziario internazionale. Entrambi questi predatori hanno infatti il comune interesse a smantellare lo stato sociale e a privatizzare tutti i suoi servizi. La stessa classe politica, che a causa della corruzione e del clientelismo, ha portato allo sfascio le imprese e i servizi pubblici, oggi predica il credo neoliberista secondo cui tutto ciò che è pubblico è inefficiente e causa di sprechi, mentre ciò che è privato è efficiente e conveniente per i cittadini. In realtà l’esperienza italiana ha dimostrato come le privatizzazioni dei servizi e delle imprese pubbliche, in molti casi non hanno portato nessun beneficio alla collettività, ma solo alle finanze personali di pochi capitalisti di alto bordo e di astuti politici. In molti processi penali, è stato accertato che le società private che avevano ottenuto l’appalto privato dei servizi pubblici avevano tra i loro soci occulti esponenti del ceto politico o loro uomini di fiducia.

Sarebbe un errore pensare che questa sia soltanto una storia italiana! L’Italia, in realtà, è un laboratorio nazionale in cui grazie all’azione della magistratura, delle forze di polizia e della vigilanza della stampa indipendente, viene reso visibile un complesso processo globale di trasformazione e di ristrutturazione del potere, che in altri paesi europei si sta svolgendo in modo invisibile.

Questa sera, la mia speranza ed il mio augurio sono che la lotta italiana contro la corruzione e le degenerazioni oligarchiche del potere non restino un’esperienza isolata, ma diventino esperienza condivisa anche in Francia ed in altri paesi per costruire insieme un’Europa democratica.

I nostri padri e i nostri avi lottarono insieme per difendere l’Europa dei mostri del fascismo e del nazismo, e morendo a milioni sui campi di battaglia, ci hanno lasciato in eredità il bene dello stato democratico di diritto. Oggi, tocca a noi difendere questo prezioso patrimonio di civiltà, e tramandarlo ai nostri figli, difendendo ancora una volta insieme la democrazia dai nuovi mostri della corruzione, delle mafie, della speculazione finanziaria e del potere oligarchico che si traveste da potere democratico. Grazie.


Per chi è interessato, ecco il video (l'intervento comincia a 1 ora):





permalink | inviato da jmleray il 20/10/2014 alle 20:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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