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4 gennaio 2013
Moderati coglioni
a futura memoria

Quanti MILIONI di moderati coglioni ci sono in Italia?

E’ una domanda che spesso mi pongo, e se qualcuno avesse la risposta questo blog sarebbe lieto di ospitarla con un post dedicato!

Comunque sono senz’altro tanti, e sicuramente troppi!

Unica certezza.

Ma poi, messa da parte la categoria antropologica non meglio definita del “moderato” in sé, cosa s’intende per “moderati coglioni”?

Cittadini moderati perfettamente coglioni, oppure perfetti cittadini moderatamente coglioni?

La differenza non è da poco, anche se in entrambi i casi sono destinati per puro “fato” a prendere fischi per fiaschi vita natural durante? E cioè da quando ricevono il proprio codice fiscale (già dalla nascita) sino all’ingresso a gambe tese nella propria tomba (benauguratamente il Fisco non ha ancora trovato modo di far pagare i morti, però è solo questione di tempo, non preoccupatevi)...

Comunque secondo i migliori dizionari d’italiano, citando uno per tutti - la Treccani -, nella vita civile i moderati fuggono dagli eccessismi, sono equilibrati, non cedono mai né all’impeto né alla violenza, sanno trovare la giusta misura, entro giusti limiti, ecc.

Invece secondo l’infame lessico berlusconiano, rozzo, ma efficace da quanto affermò lui stesso, i coglioni sono i tanti italiani in giro che votano contro il proprio interesse...

Appunto, tanti, troppi!

Ecco, lo sposalizio dei due ci dà una strana coppia, la cui prole si replica all’infinito! Come si suol dire, la madre del moderato coglione (= il “moderato” erga omnes che vota contro il proprio interesse) è sempre incinta, e tutti questi cloni messi insieme formano una sola grande famiglia, all’insegna del Centrobottismo (triste surrogato del cerchiobottismo): il centrobottista (da non confondere con Pigi Cerchiobattista, al secolo Pierluigi Battista, dixit Travaglio) dà un colpo al centro, un colpo alla botta, e così via, l’importante è di non scontentare mai nessuno...

Al punto che dal centro dx. al centro sx. passando dal centro tout court, si può dire che i moderati coglioni fanno sempre centro! Tutto il resto è antipolitica...

Il problema in Italia, purtroppo, essendo che da sempre i moderati decidono il vincitore delle elezioni politiche (lo dice anche Bruno Vespa).

Di fatto, in politica, i moderati coglioni, perenni fautori di moderazione, appunto, sono sensati seguire una linea politica equilibrata, radicata su posizioni di centro, lontane da tendenze radicali ed estremismi, ma che in realtà sono posizioni tendenzialmente conservatrici.

Del resto, questa tendenza moderata a confondersi prevalentemente col conservatismo di destra, si capisce anche (forse soprattutto) per motivi storici, come vedremo più avanti...

Ma cosa ci nasconde, questa terminologia “moderata”?

Le parole non sono mai neutre. Neanche quando sembrano esserlo. Perciò il primo punto è che la parola “moderato” ha una valenza fortemente positiva in quanto termine “neutro”, nel senso di equidistante, equilibrato, che parla a tutti. Chi può definirsi anti-moderato?

Come disse giustamente Monti durante la sua memorabile (ne sono convinto, per motivi che dirò più avanti) Conferenza stampa di fine anno:

Per noi le parole pesano, pesano nella vita umana, civile, credo che le parole dette in Parlamento debbano pesare ancora di più, e che di questo debbano essere coscienti coloro che pronunciano le parole, così come coloro che ascoltano le parole...

Vorrei veramente invitare tutti ... a dare peso e serietà alle parole che vengono pronunciate e ai giudizi che vengono pronunciati, essi pesano e devono pesare.

(ogni tanto, qualcosa di giusto, lo dice pure lui, così quando sottolinea il superamento definitivo dei vecchi arrocchamenti destra-sinistra, argomento sul quale tornerò)...


* * *

Una dimensione che sfugge totalmente a Berlusconi e al suo Partito dei Lestofanti, da sempre incapaci di allineare sul piano della coerenza parole, pensieri ed azioni.

Perciò ogni volta che Berlusconi chiama all’unione dei “moderati” di centro-destra (proponendosi ovviamente alla loro guida), c’è un’incompatibilità insanabile nei termini, è un po’ come se Riina venisse pubblicamente a discettare di verità, giustizia e libertà!

Però intanto, andando avanti a colpi di becera disinformazione e di goebbelsiana propaganda, Berlusconi ed i suoi sodali riescono sempre a fregare il gregge troppo facilmente manipolabile dei moderati coglioni di centro-destra...

Sul fronte opposto del bipolarismo, vediamo ora il moderato coglione riformista progressista di centro-sinistra (alter ego di quello liberale di centro dx), la cui visione è raccolta in una carta d’intenti ricca di insegnamenti.

Perché contrariamente a quello che potrebbero far pensare i 50 sostantivi più citati nella Carta, cioè che l’Italia arriva prima dell’Europa, secondo termine più frequente e secondo punto programmatico:



in realtà il vero fulcro di questa visione non è l’Italia, bensì l’Europa:

Il nostro posto è in Europa. Lì dove Mario Monti ha avuto l’autorevolezza di riportarci dopo una decadenza che l’Italia non meritava. Noi collocheremo sempre più saldamente l’Italia nel cuore di un’Europa da ripensare e, in qualche misura, da rifondare. Lo faremo assieme a quelle forze progressiste che cercano in un tempo difficile di non tradire il sogno di un’Europa unita nell’impronta della sua civiltà.

La prossima maggioranza dovrà avere ben chiara questa bussola: nulla senza l’Europa.

Non c’è futuro per l’Italia se non dentro la ripresa e il rilancio del progetto europeo:
    • Rafforzamento della piattaforma dei progressisti europei.
    • Fine del dogma dell’austerità e dell’equilibrio dei conti pubblici assunto come unico fine in sé, senza alcuna attenzione per l’occupazione, gli investimenti, la ricerca e la formazione
    • Accelerazione dell’integrazione politica, economica e fiscale
Questo per noi significa dare concretezza all’orizzonte ideale degli Stati Uniti d’Europa:
    • coordinamento delle politiche economiche e fiscali;
    • nuove istituzioni comuni, dotate di una legittimazione popolare e diretta.
Ecco, la fregatura sta nell’ultima riga: legittimazione popolare e diretta. (Tornerò più avanti su questo punto.)

Un programma che, peraltro, calza perfettamente con quello dell’Agenda Monti, come vedremo anche più avanti...

Ma veniamo infine al centro dei moderati coglioni tout court, dove Piercasinando (© Travaglio) vorrebbe fare da ponte tra i due maggiorenti del bipolarismo:

Tra progressisti e moderati si può creare un asse per governare l’Italia. Come capiscono anche tanti moderati del Pdl.

Ed in effetti, da questo punto di vista, come osserva con acutezza Marco Damilano:

C’è una sinistra montiana e, hegelianamente, anche una destra, oltre che un centro più densamente popolato.

Monti visto quindi comme il grande Moderatore, cioè quello che guida, regge e governa prudentemente, da buon padre di famiglia...

Ma l’uomo è più fine, sofisticato anche, non sarà mai lui a proporsi, sono gli altri che lo devono chiamare! Lo ha ribadito in più occasione durante il suo discorso del 23 dicembre, tanto per chiarire ogni potenziale “equivoco”:

- Non avevamo chiesto NOI di governare...

- Negli ultimi mesi si è molto parlato di Agenda Monti. Non siamo stati NOI a intodurre questo riferimento, ma diverse forze politiche e della società civile che hanno assunto questa Agenda – io credo, nascente dall’impostazione di questo governo – come schema logico di politiche da fare nei prossimi anni, o invece da contrastare nei prossimi anni.
La nostra reazione è stata positiva, a questo...

- Ora, a quelle forze che manifestassero, che manifesterano un’adesione convinta e CREDIBILE, io sarei pronto a dare il mio apprezzamento, incoraggiamento, e se richiesto, GUIDA... e sarei anche pronto ad assumere, un giorno, forse, se le circostanze lo vollessero, le responsabilità che mi venissero affidate dal Parlamento.

(Quanti condizionali, Professore? Tanti, troppi!)

E così spiazza ancora una volta chi lo vuole tirare per la giacca sotto la bandiere di un centro moderato:

3. Perché non possiamo e non vogliamo considerarci né “di centro”, né “moderati”

La nuova formazione politica alla quale stiamo dando vita, adottando l’Agenda Monti come ispirazione per un programma di governo, non intende collocarsi “al centro” tra una destra e una sinistra ormai superate, bensì costituirsi come elemento di spinta per la trasformazione dell’Italia, in contrapposizione alle forze conservatrici, prone ad interessi particolari, a protezioni corporative o addirittura dichiaratamente anti-europeiste. Questa nuova forza politica sarà certamente moderata nei toni; ma NON nel programma perseguito, che si caratterizza invece per l’incisività delle riforme che intende realizzare.

6. Un nuovo stile nel confronto politico e nella gestione della cosa pubblica

Il nostro impegno a uno stile politico moderato nei toni implica anche il rifiuto di qualsiasi faziosità...

Quindi né moderato, né di centro!

- Ecco perché la nostra Agenda non è indirizzata al centro, non è indirizzata alla destra, non è indirizzata alla sinistra: è, modestamente, un’Agenda erga omnes.

- Mi sembra che di fronte a queste sfide, la classica dimensione orizzontale sinistra-destra – che conserva un valore morale, un valore politico per certe questioni – non sia più il più proficuo asse di riferimento...

- Io vedo l’asse più importante per i prossimi anni come un asse che passa attraverso le parole “volontà di cambiamento” ed “Europa”, più che attraverso destra e sinistra...

© Mario Monti, conferenza stampa di fine anno del Presidente del Consiglio

- L’asse destra-sinistra conserva la sua dignità ma non è più la distinzione fondamentale. La divisione più importante è quella che passa per i temi “volontà di cambiamento ed Europa”.

Volontà di cambiamento, certo, ma soprattutto Europa!...

2. Superare i vecchi schemi della politica del Novecento, dando vita a una nuova formazione politica che metta in primo piano le profonde trasformazioni di cui ha bisogno l’Italia

Il vecchio schema politico che contrappone una destra conservatrice o liberista, impegnata a perseguire l’efficienza economica, a una sinistra progressista o statalista, che si illude di conservare l’equità rifiutando il merito e la mobilità sociale, non corrisponde più a ciò che effettivamente accade nella politica italiana. Lo statalismo alligna sia a destra che a sinistra, gli interessi corporativi e le posizioni di rendita cercano protezione tanto a destra quanto a sinistra. Così stando le cose, il suddividersi delle forze politiche secondo il vecchio schema destra-sinistra genera disorientamento dell’opinione pubblica ed è una delle cause dell’inconcludenza che caratterizza gravemente la politica italiana. La scelta più rilevante, incisiva e impegnativa che il Paese oggi può – e a nostro avviso deve – compiere è quella pro o contro la profonda trasformazione dell’Italia necessaria per la sua piena integrazione in Europa.

Quindi, complessivamente, la visione di Monti (vivamente sostenuto dai trasformisti cato-democristiani sempre pronti a saltare sul carro del vincitore, ieri Berlusconi, oggi Monti...) è di un’assoluta chiarezza: niente più destra, sinistra, centro (di cui tutti gli attuali partiti-movimenti-gruppi rivendicano un po’ goffamente la guida dei moderati-liberal-progressisti-democratici-riformisti), una politica di livello più elevato, certamente, ma soltanto in vista del percorso obbligato di un’Italia pienamente “integrata” nell’Europa.

L’Europa - ancora e sempre - è il concetto chiave, dietro al quale si cela una perdita di sovranità degli Stati membri (e quindi, nel caso dell’Italia, del popolo), che Monti definisce col suo solito linguaggio sfingesco: “misurate cessioni simmetriche condivise e volontarie della sovranità”...

Come ce lo ricorda Gianni Lannes:

Monti non perde occasione per ribadire che ormai la sovranità in Italia non esiste più.
  • Sono favorevole a misurate cessioni simmetriche condivise e volontarie di sovranità.
  • Trovo invece che sarebbe psicologicamente e politicamente molto pesante perdere asimmetricamente e non scientemente e non volontariamente pezzetti di sovranità perché non si è stati capaci con le nostre forze di stare al passo con altri Paesi d’Europa.
  • LItalia è a favore di una condivisione di molti aspetti di sovranità, perché certe sovranità che si possono difendere con la bandiera e il cuore sono già perse a favore del mercato.
LItalia è a favore, lo dice lui! E Lannes aggiunge:

Ma chi rammenta che il Trattato di Lisbona (firmato il 13 dicembre 2007 ed entrato in vigore nel 2009) ha congelato la nostra Carta costituzionale?

Già!

Così recita l’articolo 3bis del nuovo Trattato di Lisbona (che sostituisce l’articolo 3, abrogato, del trattato che istituisce la Comunità europea):

1. In conformità dell’articolo 3ter, qualsiasi competenza non attribuita all’Unione nei trattati appartiene agli Stati membri.

«Articolo 3ter

1. La delimitazione delle competenze dell’Unione si fonda sul principio di attribuzione. L’esercizio delle competenze dell’Unione si fonda sui principi di sussidiarietà e proporzionalità.

2. In virtù del principio di attribuzione, l’Unione agisce esclusivamente nei limiti delle competenze che le sono attribuite dagli Stati membri nei trattati per realizzare gli obiettivi da questi stabiliti. Qualsiasi competenza non attribuita all’Unione nei trattati appartiene agli Stati membri.

3. In virtù del principio di sussidiarietà, nei settori che non sono di sua competenza esclusiva l’Unione interviene soltanto se e in quanto gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati membri, né a livello centrale né a livello regionale e locale, ma possono, a motivo della portata o degli effetti dell’azione in questione, essere conseguiti meglio a livello di Unione.
(...)

Per di più, l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona va nella direzione di una politica comune europea in [diverse] materi[e] (...), ed essendo la politica qualificata come comune, questo consente l’adozione di atti legislativi direttamente applicabili, senza che sia necessaria la normativa di attuazione da parte dei singoli paesi. In breve, gli effetti giuridici degli atti legislativi si producono da parte dell’Unione Europea.

© Asher Colombo, FUORI CONTROLLO? Miti e realtà dell’immigrazione in Italia (Società editrice il Mulino, 2012, p.221)

Ecco svelata la fregatura, annidata in quelle righe: la perdita di sovranità degli Stati membri (e quindi, nel caso dell’Italia, del popolo)!

Ne ho già parlato in un post precedente sul grande imbroglio del Fiscal compact, ossia il «trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance dell’Unione economica e monetaria», altrimenti detto Patto di bilancio europeo, definitivamente firmato il 2 marzo 2012 da 25 Stati dell’Unione europea, che contiene una serie di «regole d’oro» fissate e comunque vincolanti per i firmatari, fra i quali l’Italia.

Tradotto in parole comprensibili, questo trattato intergovernativo sulle politiche di bilancio [entrato in vigore il 1° gennaio 2013] consiste essenzialmente in una lista di nuovi vincoli sui conti pubblici nazionali, tra cui il pareggio di bilancio.

* * *

In quel tempo, il presidente del Consiglio, facendo l’esposizione finanziaria, dichiarò che finalmente si era raggiunto il pareggio del bilancio e che per l’esercizio [seguente] vi sarebbe stato un avanzo... Molti furono gli applausi!

Due giorni dopo, il 18 marzo 1876, il governo Minghetti cadde, sfiduciato dal Parlamento, segnando così la fine della Destra storica, ossessionata dall’assillo del pareggio per anni, che fu una costante della sua politica interna.

Ecco il quadro della situazione, tracciato nell’ Enciclopedia dei ragazzi (Mondadori, 1967, XII pp. 121-122):

Incuranti degli umori dell’opinione pubblica, Marco Minghetti e Quintino Sella, i più autorevoli esperti economici della Destra, proposero molto presto un piano finanziario che sembrava non risparmiare alcuna categoria sociale in quanto prevedeva sia una tassazione diretta sui beni e sui redditti, sia una tassazione indiretta sui consumi. La prima avrebbe colpito i ceti abbienti, la seconda non risparmiava i ceti popolari e più bisognosi, perché era applicata anche ai consumi di prima necessità quali il pane e il sale. Aumenti di tariffe vigenti e tassazioni straordinarie avrebbero ulteriormente rinsanguato le casse statali. Il piano trovò scarsi consensi poiché si temette l’impopolarità di molte di queste misure. Quindi si cominciò soltanto con l’inasprire le imposte abituali e con l’accrescere il peso di alcuni dazi e tasse. Tuttavia, nel 1868, di fronte all’accrescersi del disavanzo, si dové tornare alle proposte di Quintino Sella. Tanto più che neppure la vendita dei beni demaniale e di quelli ecclesiastici aveva fornito le somme sperate. Tra le varie tasse proposte fu approvata la più impopolare, la tasse sul macinato, vera calamità per le classi popolari che si cibavano quasi esclusivamente di pane o polenta. I tumulti che scoppiarono immediatamente in tutta la Penisola e con particolare gravità in Emilia chiarirono anche ai meno illuminati il vero motivo dell’opposizione delle plebi all’autorità statale e richiamarono l’attenzione sull’urgenza di adeguati provvedimenti sociali.

Proprio sul terreno sociale venivano mosse le più aspre critiche alla Destra che, sebbene avesse raggiunto parecchi buoni risultati nei primi dieci anni di vita unitaria, non a torto veniva accusata di egoismo e di indifferenza verso i problemi delle classi operaie e contadine.

Vi ricorda qualcosa?

E questi erano gli uomini della corrente moderato-liberale dell’epoca, insieme a Massimo d’Azeglio (il cui programma politico, di indirizzo liberale, era considerato assai moderato e legalitario) e Camillo Benso di Cavour (che fondò nel 1847 il giornale moderato Il Risorgimento... dalle pagine del quale si diede a sostenere la necessità delle riforme!)

I stessi liberali moderati (posizione comune allora a numerosi esponenti dei ceti elevati: ricchi borghesi, professionisti e anche numerosi nobili) che diederò l’impulso riformista all’unificazione nazionale di 1861.

Seguendo questo percorso storico, si potrebbe anche concludere che l’Italia unita che si creò allora fu un’Italia moderata...

* * *
Un secolo e mezzo dopo, rieccoci daccapo!

Scrive Antonio Martino sul suo blog:

In realtà il principio del pareggio è regola sacrosanta quando le pubbliche spese non superano il 10% del reddito nazionale (come al tempo di Minghetti) o si aggirano sul 30% (come all’epoca di Einaudi e Vanoni) ma, quando il rapporto della spesa pubblica sul reddito nazionale supera il 52% come adesso, il perseguimento del pareggio realizzato tentando di fare aumentare le entrate è semplicemente demenziale e ha conseguenze potenzialmente disastrose. A questi livelli di spesa la forma di finanziamento – imposte o indebitamento – è del tutto irrilevante: si tratta di un livello insostenibile e incompatibile con lo sviluppo e l’occupazione. Pareggiare il bilancio significa pretendere di prelevare con i tributi il 52% del reddito al contribuente medio; quanto dovrebbero sborsare coloro che hanno redditi superiori alla media, il 60 o 70 per cento, e le imprese il 90 o più percento? Solo un folle può credere che la crescita sia possibile in queste condizioni. L’Italia non era a rischio di default: è il paese più solido della zona dell’euro; il governo “tecnico” non l’ha salvata da un bel niente, non ha “messo in sicurezza i conti”, né tanto meno creato le condizioni della crescita. Si è limitato a piegarsi supinamente di fronte all’idiotismo del diktat tedesco sintetizzato nello sciagurato fiscal compact, impegnando di pareggiare il bilancio entro il 2013 (ora slittato al 2014), dimostrando che l’economia non è pane per i denti di tecnici arroganti e ignoranti. Come avrebbe detto il maestro di Milton Friedman (Frank Knight): “Il guaio non è che sanno così poco di economia, il vero guaio è che sanno tante cose sbagliate”!

Detto da uno che fu più volte ministro di Berlusconi - nessuno è perfetto -, ma comunque, rende bene l’idea.

E per di più, questa “regola d’oro” dovrà essere inserita dal Parlamento nella legislazione interna (preferibilmente – ma non obbligatoriamente – a livello costituzionale): tutto questo per sottomettersi ciecamente ad un’entità sovranazionale – l’Europa –, amministrata da tecnocrati non eletti da nessuno, che non rispondono a nessuno, ma che decidono su quasi tutto per più di mezzo miliardo di persone!

Ha proprio ragione De Magistris:

Violare il patto di stabilità è un dovere costituzionale quando si devono salvaguardare beni comuni e valori tutelati dalla Costituzione.

Altra trappola, quel “patto di bilancio” si applica soltanto ai Paesi che lo hanno sottoscritto e ne faranno parte in futuro, quindi ogni Paese che vorrà ottenere un prestito dovrà obbligatoriamente averlo ratificato! Una formidabile arma di ricatto per l’Europa, ne abbiamo già visto le prime conseguenza con l’Irlanda:
  • Il 12 giugno 2008 il 53,4% dell’elettorato irlandese boccia il Trattato di Lisbona nel referendum confermativo.
  • Qualche giorno dopo, il Consiglio europeo discute del futuro del Trattato di Lisbona e decide di portare avanti il processo di ratifica. 
  • Fine 2008, l’UE invita l’Irlanda - che si impegna a farlo - a ripetere il referendum entro il 2009.
  • Il 2 ottobre 2009, gli irlandesi votano a favore del Trattato di Lisbona!
  • Bisogna però precisare che se non lo avesse fatto, il Paese – che è stato l’unico Stato membro dell’UE ad aver indetto un referendum sul trattato – avrebbe visto chiudersi immediatamente il rubinetto degli aiuti necessari al suo salvataggio finanziario.
  • Risultato: il 31 maggio 2012, il 60,3% degli elettori irlandesi approva il Patto fiscale mentre il 39,7% lo respinge con un’affluenza alle urne del 50%...
Fonte: Il Libro dei Fatti 2012

Numeri che parlano chiaro. Evidentemente, avendo capito che ogni velleità di opporsi era inutile, la gente ha finito per abbassare le braccia. Quando si dice, essere persuasivo!

* * *

Generalmente i politici temono e negano qualsiasi verità oltre la propria, per cui piuttosto che riconoscere i propri errori preferiscono mentire sapendo di mentire, ma personalmente questa Shock Economy comunitaria (riferimento al saggio di Naomi Klein rigorosamente intenzionale) mi ricorda un po’ troppo l’ambizione programmatica del Bilderberg che punta a ridefinire la politica globale verso un nuovo ordine economico mondiale, prevedendo la perdita della sovranità degli stati nazionali in nome dell’efficienza economica. In quest’ottica, il trattato di Lisbona pare essere la premessa perfetta per trasformare l’Unione europea in un vero e proprio governo sopranazionale, a discapito di quelli dei singoli stati membri.

(Pensiero ispirato da Daniel Estulin, chiamatemi “complottista” se volete, ma basta guardarsi un attimo intorno osservando quello che succede ovunque per capire che un fondo di verità, ci sta. Eccome!) 

In pratica, la pensée unique è l’Europa, al di fuori della quale non c’è salvezza possibile!

Eppure...

Eppure l’Articolo 49 A del Trattato di Lisbona recita all’alinea 1:

Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione.

Una facoltà riconosciuta agli Stati membri per la prima volta!

In un post pubblicato il 28 luglio 2012 su Byoblu, Paolo Becchi spiega:

Il diritto di “recedere” dagli obblighi assunti nel corso del processo di integrazione europea è sempre stato considerato, almeno implicitamente, compatibile con la natura volontaria dell’adesione, da parte degli Stati membri, alla Comunità. Ciò che garantisce la “tenuta” del sistema europeo, del resto, sono decisioni di natura politica, prima ancora che giuridica: nulla può impedire che, con un atto di forza, uno Stato, rivendicando la propria piena sovranità, decida di “stracciare” un trattato.
(...)
Inoltre, l’accordo bilaterale tra l’Unione europea e lo Stato che intende uscirne, “pertanto, non esclude la possibilità di un recesso unilaterale, ma, al contrario, la presuppone.”
(...)
Dalla fossa dei leoni, uscire dunque si può.

E non bisogna credere che il problema riguardi solo l’Italia, ma piuttosto capire l’entità delle multiple spaccature delle diverse Europe destinate ad emergere dal Trattato di Lisbona, quella del mercato comune dell’Europa dei 27 da una parte, quella della moneta comune dell’Eurozona dall’altra, ed all’interno di quest’ultima, tra i stessi 17 Stati che condividono l’euro come moneta comune. Con l’unica conseguenza prevedibile di un’Europa a più velocità, dove la «good company» dei Paesi più “virtuosi” lascierà all’abandonno la «bad company» di quelli più “sgangherati”: alla faccia della giustizia sociale e dell’uguaglianza tra i cittadini...

Come notava Sergio Fabbrini in un articolo pubblicato il 1° agosto 2012 sul Sole 24 Ore, intitolato L’UNIONE POLITICA. Una governance ma tante Europe: “La divisione non è più tra nazionalisti ed europeisti, ma tra diversi progetti di integrazione”, tra cui l’integrazione fiscale e bancaria che “implicherà una ridefinizione sostanziale dell[a] sovranità” dei Paesi. Disastro irriformabile per gli uni, mantra irrinunciabile per gli altri (“Cambiare l’Italia, riformare l’Europa”), in ogni caso una strada tutta in salita!

Ecco secondo me il vero (l’unico?) motivo per cui Monti “sale” in politica, adesso.

Nomen omen, però stia pure attento, la politica è un campo particolarmente scivoloso, dove scendere è (molto) più facile che salire (basta vedere Berlusconi, ieri portato a braccio dai poteri forti, oggi inviso ai stessi).

Perché se da un lato mettiamo da parte il poco che rimane della Lega e di Berlusconi (che non è mai stato di destra, ricordiamocelo), e se “silenziamo” o tagliamo le ali ai “pericolosi estremismi” di sinistra dall’altro (disegnati per nome: Vendola e Fassina per la politica, Landini e la Camusso per i sindacati), bisogna riconoscere che Monti è un ottimo candidato per federare l’ampia trasversalità dei moderati tutti - dal centro dx. al centro sx. passando dal centro tout court, inclusa la massa degli indecisi -, che tifano incondizionatamente per un Paese a sovranità limitata alle dipendenze dell’Europa.

Lo dice chiaramente Monti stesso, ancorché tra le righe ma non più di tanto:

Le elezioni parlamentari del 2013 decideranno se l’Italia continuerà ad essere una grande nazione al centro della politica europea e internazionale, o se invece il nostro Paese scivolerà verso uno scenario di marginalità e isolamento sulla spinta dei populismi di destra e di sinistra. La scelta riguarderà la nostra capacità di recuperare lo slancio e le energie che abbiamo saputo mostrare nelle fasi migliori della nostra storia recente, o se invece prevarrà la tentazione di un ripiegamento sulle nostre debolezze...

1. Una scelta europea, una scelta di innovazione

Oggi lo spartiacque fondamentale della politica italiana corre:
  • tra coloro che sono convinti che il futuro dell’Italia non può prescindere dal contesto europeo, sul solco della strategia delineata da Mario Monti e condivisa dai principali partner europei per uscire insieme dalla crisi e coloro che sono convinti, al contrario, che la politica europea sia all’origine dei mali italiani;
  • tra coloro che intendono cogliere la grande occasione offerta da questa crisi e dalla nuova strategia coordinata a livello europeo per la crescita e l’equità intergenerazionale, al fine di innescare un processo di rapido allineamento dell’Italia ai migliori standard europei, e coloro che considerano questo progetto velleitario (“l’Italia è diversa”, “in Italia queste cose non si possono fare”), se non addirittura socialmente ed economicamente dannoso. Il nuovo movimento nasce oggi con l’obiettivo fondamentale di ancorare saldamente la politica italiana alla nuova strategia europea e di realizzare sul piano interno le riforme che essa rende indispensabili.
Purtroppo, da quasi 70 anni ormai, gli italiani si sono assueffati a vivere in un Paese a sovranità limitata, e passare dalla tutella americana a quella europea, non è che faccia poi grande differenza: Francia o Spagna, basta che se magna...

Del resto, la Costituzione stessa stabilisce, all’Articolo 11, che l’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”, passaggio la cui visionarietà mi ha sempre lasciato molto perplesso (direi piuttosto “obbligatorietà”, visto le circostanze storiche...).

Però oggi siamo davvero – e non raccogliere la sfida adesso significherebbe la morte sicura dell’Italia – all’emergenza democratica!

È una situazione di emergenza quella che abbiamo davanti. Un’emergenza non solo economico-finanziaria, ma anche politico-istituzionale, per il punto più basso di credibilità mai raggiunto dalle nostre istituzioni politiche, e anche emergenza morale, per la grave crisi etica in cui è affondata tutta la nostra classe dirigente e il nostro ceto politico. Si tratta, allora, di una vera e propria emergenza democratica di fronte al rischio di tracollo. Che fare, allora?

* * *

Ecco perché io sto con la rivoluzione civile di Antonio Ingroia e con la società civile del Movimento 5 Stelle (anche se, secondo me, Grillo si sta suicidando comportandosi come si comporta, rifiutando ogni dialogo con chiunque, perché non si può fare politica da solo, se non si è disposto a fare compromessi e accordi, nel senso nobile di quello che significano questi termini), così come sto con tutti quelli che caminano con la schiena dritta, dal movimento degli Arancioni a tutta la gente che ha il coraggio di gridare: “IO CI STO”!

Mi piace molto l’appello pubblicato da Ingroia, “Caro Beppe, abbiamo il dovere del confronto”, di cui condivido ogni parola (compreso il merito di Grillo di aver “svegliato” i cittadini onesti della società civile per farli partecipare dal basso alla vita politica, quelli che vengono “colpevolmente liquidat[i]dall’establishment come ‘antipolitica’”), ma segnatamente questo passaggio:

Ma i partiti, caro Beppe, servono, e soprattutto i partiti che hanno ancora radici nella società e che hanno combattuto battaglie dentro e fuori dal parlamento per contrastare berlusconismo e montismo pagando prezzi non indifferenti. Vanno valorizzati con la società civile e per la società civile. A questi partiti ho chiesto tangibili passi indietro e già ne sono stati fatti ed altri ne faranno perché credono nel nostro progetto. Quindi, nessuna foglia di fico per nessuno, figuriamoci! Questo Paese vogliamo cambiarlo in modo pacifico ma radicale? Vogliamo esprimere una politica di governo nuova e rivoluzionaria? Allora, bisogna confrontarsi. Senza diffidenze e pregiudizi. Per uscire dalla contestazione fine a se stessa. Ci sono cose che io non condivido in alcune tue posizioni e non ho condiviso alcune tue ‘ester nazioni’. Nello stesso modo, potrai non condividere alcune mie scelte. Ma siamo due ‘non professionisti della politica’ che si sono messi a disposizione degli italiani, ed abbiamo quindi il dovere di praticare sempre il confronto e l’ascolto. Molte battaglie tue sono le nostre, molti punti programmatici nostri sono i tuoi. La gente capisce poco certe divisioni fra movimenti politici che perseguono obiettivi in parte comuni. La capacità di ascolto è dote rara in politica. Dimostriamo di voler cambiare il Paese anche in questo.

* * *

Ieri Churchill diceva che la democrazia era la forma di governo peggiore, eccezion fatta per tutte le altre, oggi però la democrazia “rappresentativa” ha definitivamente confinato il “popolo sovrano” per non rappresentare più che gruppi di falsi “rappresentanti” il cui unico scopo è privatizzare i profitti e socializzare le perdite: dai politici ai mafiosi (che ormai si “stanno pacificamente integrando con l’economia legale”...), dalle banche alle assicurazioni, dalle “utilities” alle multinazionali, e così via.

Concetti come bene pubblico, spirito di servizio, grandi principi costituzionali, ecc., ormai non sono altro che parole vuote in questa iniquItalia incancrenita per nascondere furbizie, ruberie, corruzioni, imbrogli e porcherie varie. Tanto a pagare sono sempre i stessi, moderati coglioni compresi.

Bisogna assolutamente ridare alle parole il loro giusto peso, facendo capire alla gente che di antipolitica sono colpevoli soltanto i politici che si spartiscono bi- o multipolarmente il potere da decenni e hanno ridotto il Paese così, e non certo cittadini onesti che nient’altro vogliono se non un po’ di verità, di giustizia e di speranze per sé e i loro figli. Perché tenuto conto di tutto quello che sta succedendo, è a buon diritto che esprimono un voto di protesta, popolare e non populista. Anormale sarebbe il contrario.

Ed i media giocano un ruolo cruciale nel dare udibilità alle parole, e visibilità a chi le pronuncia. O per lo meno dovrebbero onorare la loro missione che consiste, per dirla con Saviano, a far superare al messaggio la soglia del silenzio (intervista con Fazio), e all’emittente la linea d’ombra (intervista con Biagi), per farli giungere alla massa degli elettori.

In altri termini, quello che scrivo dell’antipolitica diventa pericoloso per i politicanti di professione non perché lo scrivo, ma perché è letto da tanta gente; quello che dico dell’antipolitica diventa pericoloso per i politicanti di professione non perché lo dico, ma perché è sentito da tanta gente!

Mi colpisce moltissimo che secondo i media, oggi come oggi, tutta la competizione elettorale sarebbe tripolare, tra Berlusconi, Bersani e Monti! Si parla quasi esclusivamente di loro in televisione, alla radio, nei giornali (non parlo qua di Internet, che segue le proprie vie): 60 milioni di italiani, 3 contendenti!
Invece, un silenzio assordante circonda tanti atri che si trovanospesso sullo stesso fronte nella critica radicale di un certo ceto politico e classe dirigente”. Come mai?

Come mai[g]li italiani non sono mai stati eguali fra di loro. Si dice che nei momenti di difficoltà dovrebbe crescere la compattezza nazionale, il senso di Patria. Questo non è avvenuto. Hanno finito per prevalere i furbi e i potenti. Il ventennio berlusconiano ha lasciato macerie. Macerie dello Stato di diritto, per la mortificazione di tutti i poteri di controllo. Macerie dello Stato sociale per l’azzeramento della sicurezza sociale dei più deboli. Macerie dei diritti di ciascuno di noi. Col risultato che gli italiani meno tutelati oggi sono più poveri di diritti e con le tasche vuote. Mentre i più ricchi e i più potenti, insomma chi più ha meno rischia”. Si, come mai?

Come mai da decenni la gente continua a votare democraticamente contro i propri interessi?

Come mai? Come mai! Com...

Com...unque, consoliamoci, non tutti gli italiani sono cretini (Monti dixit)...

Vedremo. Termino qui questa mia personalissima analisi politica di fine 2012-inizio 2013. Avrei ancora diverse cose da dire, ma preferisco concludere su questa riflessione: l’espressione “moderati coglioni” altro non è che un ossimoro, perché se è vero che un moderato può anche essere un coglione, non vi è alcuna reciprocità, in quanto non c’è nessuna moderazione nella coglionaggine, e mai un coglione potrà essere moderato...

Basterebbe Berlusconi come esempio, lui così abile a fare votare gli altri contro i propri interessi. Quindi per le prossime venture elezioni, quando deporrete il vostro voto nelle urne, pensateci bene prima, e soprattutto ricordatevi dove sono i vostri veri interessi: moderati, si, ma coglioni, no!

Buon anno 2013...




permalink | inviato da jmleray il 4/1/2013 alle 5:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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